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Il Caffè in Eduardo De Filippo: la poesia della vita!

Il Caffè in Eduardo De Filippo: la poesia della vita! 31 ottobre 2018 • Staff Caffesospeso

Il caffè, non solo uno stimolo per alzarsi dal letto e affrontare la giornata con più grinta. Il caffè è sinonimo di condivisione, convivialità: una chiacchiera tra amici, un piccolo omaggio nei confronti di una persona di cui si è felici di aver fatto conoscenza, un gesto di condivisione. Non una semplice bevanda dunque, ma un rituale accompagnato da gesti e tradizioni ben remote. E chi meglio del Maestro, sa trasmetterci cosa rappresenta il caffè per un napoletano? Per gli amanti del caffè e per chi come noi condivide e sostiene un progetto importante come quello del caffè sospeso, è doveroso lasciare la parola all'immenso Eduardo De Filippo.

Natale in Casa Cupiello: sul caffè non si risparmia!

Più di un testo teatrale,  si tratta di una vero e proprio spaccato della Napoli della prima metà del '900. Una commedia tragicomica che fa la sua comparsa nell'ormai lontano 1931. Gli elementi che fanno da protagonisti alla scena: Luca Cupiello, O'Presepe e il pessimo caffè di Donna Concetta, che si ostina a comprare un prodotto di pessima qualità e che provoca, anche nel giorno della Vigilia del Santo Natale, un amaro risveglio del protagonista.

”Concè ti sei immortalata! Che bella schifezza che hai fatto! [ ... ] Non ti piglià collera Concè.  Tu si una donna di casa e sai fare tante cose. Per esempio ‘a frittata c’ ’a cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno. È una pasticceria.  Ma ‘o ccaffè non è cosa per te. [ ...] Non lo sai fare e non lo vuoi fare, perché vuoi risparmiare.  Col caffè non si risparmia. E’ pure la qualità scadente: chisto fete ‘e scarrafune [...]”.

Questi Fantasmi: il monologo con il Professore

"La nuova generazione ha perduto, secondo me, sotto un certo punto di vista, queste abitudini che sono la poesia della vita. Perché oltre a farvi occupare il tempo vi danno anche una certa serenità dello spirito": è con queste straordinarie parole che De Filippo in Questi Fantasmi, opera teatrale scritta nel 1945, inizia uno dei monologhi più intensi e toccanti della storia del teatro italiano. La scena è occupata dal protagonista, Pasquale Lojacono (anima in pena) che fuori al balcone della sua casa (abitata da qualche spiritello!), si ritrova a sorseggiare la sua abituale tazzina di caffè con il suo simpatico vicino.

“Professore, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè presa fuori al balcone (...).
La nuova generazione ha perduto, secondo me, sotto un certo punto di vista, queste abitudini che sono la poesia della vita. Perché oltre a farvi occupare il tempo vi danno anche una certa serenità dello spirito.(...).Chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo, con la stessa cura? Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente. […]
È una grande soddisfazione, ed evito pure di arrabbiarmi, perché se per una dannata combinazione, per una mossa sbagliata, sapete, vi scappa di mano il pezzo di sopra, si unisce a quello di sotto, e si mescola posata e caffè. Insomma viene una schifezza. Siccome l’ho fatto con le mie mani e non me la posso prendere con nessuno, mi convinco che è buono e me lo bevo lo stesso.
Ecco qua! Caspita, che caffè! È cioccolata! Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina di caffè presa tranquillamente qui fuori con un simpatico dirimpettaio [...]".

 

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